Molti di quelli che erano giovani e ragazzi negli anni fra i Settanta e gli Ottanta erano appassionati di rally. Quando ero ragazzino, imperversava un mostro che rispondeva al nome di Sandro Munari, che con una Lancia Fulvia HF a trazione anteriore arrivò a vincere un mitico Montecarlo nel ’72. Poi arrivò la Stratos, mostro anch’essa, e le vittorie si moltiplicarono. I rallyes diventarono trampolino di lancio per la produzione di grande serie, e il gruppo Fiat puntò tutto, con scelta felice, sulla 131 Abarth, una berlina da famiglia trasformata in macchina da corsa anch’essa (quasi) imbattibile. Per noi giovani del nordest siciliano, le gare erano il Rally dei Due Mari, il Rally dei Nebrodi e soprattutto il Città di Messina, tutte intuizioni vincenti di un Automobile Club molto efficiente e appassionato. Anche ad altri livelli, nelle gare mondiali, le auto italiane mietevano successi a ripetizione, almeno finché non cambiò il regolamento, ed entrarono in gara i mostri tedeschi a quattro ruote motrici.

Di questo passaggio parla Race for Glory, che racconta la stagione rallistica del 1983, in cui la Lancia faceva registrare l’ultima vittoria di una macchina a due ruote motrici, la mitica 037. È un po’ la storia di Davide contro Golia: della piccola, leggera e fragile Lancia contro la spaventosa Audi: potentissima questa, indistruttibile, che quasi non avevano nemmeno bisogno di controsterzi e dérapage, ché sembrava correre su binari dai quali era impossibile deragliare. La storia del limitato budget della casa torinese a fronte della potenza di fuoco messa in campo dal colosso di Ingolstadt. Dell’underdog Cesare Fiorio contro il tronfio Roland Gumpert dell’Audi.

Lo so, non è per niente detto che le cose stessero realmente così, ma lo dicono i titoli di cosa stessi: la storia è romanzata, e Fiorio non era certamente un outsider, anzi è il vero protagonista di tutta la vicenda. Chi seguiva il mondo delle corse in quegli anni, sa quanto abile e diabolico fosse il direttore sportivo della Lancia: all’intervistatrice che gli chiede quale fosse nella sostanza la natura del suo lavoro, Fiorio-Scamarcio risponde che è quella di prendere decisioni in tempo brevissimo, cosa che in più di un’occasione Fiorio fece in maniera egregia, come quella di convincere, per quell’impresa, il più grande pilota di tutti i tempi, il tedesco Walter Röhrl. Le scelte strategiche vincenti erano sempre state il marchio di fabbrica di Fiorio: qualche anno prima, grazie a una furbata, con la piccola Beta Montecarlo guidata da Riccardo Patrese, aveva soffiato il titolo al colosso Porsche nel Mondiale Marche gruppo 5.

Race for Glory è il tipico film da “ti sblocco un ricordo”, con qualche neo, come un doppiaggio di Scamarcio a se stesso che lascia un po’ perplessi, ma anche punti di forza, come la non invadenza delle scene di corsa rispetto alle dinamiche umane tra i protagonisti. Da segnalare le simpatiche apparizioni di quel bel tomo di Lapo Elkann nei panni del nonno Gianni Agnelli e – non ho trovato conferma in nessun posto ma ci scommetterei – una comparsata del vero Cesare Fiorio nella scena del party dopo la vittoria a Montecarlo.race-for-glory-audi-vs-lancia-poster