Ogni tanto capita di imbattersi in un libro e in un autore che non si era mai sentiti nominare, poi si scopre che l’autore, Dante Maffìa, è uno dei più prolifici scrittori calabresi, sicuramente da rivalutare.
Il libro è Il romanzo di Tommaso Campanella, in cui la vicenda terrena del filosofo di Stilo viene raccontata in un numero di pagine piuttosto contenuto: il focus dell’autore si concentra infatti su alcuni aspetti della vita di Tommaso. Uno di questi è la prima formazione del futuro filosofo: Maffìa ci mostra un piccolo Giandomenico – questo era il suo nome di battesimo – figlio del ciabattino di Stilo, nel reggino, che “ruba” le lezioni del maestro nascondendosi dietro il muretto della scuola.
Campanella vive in un periodo in cui contrastare la cultura ufficiale può rivelarsi estremamente pericoloso: basti pensare ai casi di Giordano Bruno, arso a Campo de’ Fiori, o di Galileo Galilei, che si salva solo grazie a una tempestiva quanto umiliante abiura. O a quello del cosentino Bernardino Telesio, che aveva osato, tra i primi, approcciare la scienza attraverso l’esperienza piuttosto che mediante l’autorità. Proprio l’omaggio di un Campanella ventenne al suo ispiratore Telesio, nel 1588, nella narrazione di Maffìa, comincia a metterlo in cattiva luce agli occhi della Santa Inquisizione: non si poteva accettare che un frate domenicano potesse appoggiare un potenziale eretico come il cosentino.
Il racconto di Maffìa si snoda per periodi, e si sofferma su alcuni episodi chiave, come il sogno di realizzare nella sua Calabria una repubblica (che ricordava molto quella “Città del Sole” vagheggiata nel suo famosissimo libriccino), il suo fallimento e la lunga prigionia nelle carceri di Napoli. Una prigionia che dura ventisette anni, che però non riuscirà a piegare la ferrea volontà di Tommaso, che riesce a procurarsi libri da leggere e carta per scrivere, combattendo ogni giorno con gli scarafaggi, i topi, il buio e l’umidità.
Il libro si conclude con il funerale del filosofo a Parigi, omaggiato da Luigi XIII che lo aveva accolto a braccia aperte dopo la scarcerazione e un rocambolesco trasferimento in Francia.
Una suggestiva interpretazione della figura del filosofo, sulla cui vera essenza anche Norberto Bobbio, che scrisse la prefazione di una delle edizioni, non aveva voluto dare una definizione univoca e definitiva.